A cura di Alice Deledda
Dal giovedì alla domenica dalle 18 alle 20
Chiuso il 25 aprile
domenica 19 aprile dalle ore 10 alle ore 13 e dalle ore 16 alle ore 19
info: galleriasiotto@gmail.com
Una colpa in canna – Testo di Caterina Ghisu
Il filo, la parola, il volto: l’ordito poetico di Tiziana Contu
In questa nuova serie di opere, Tiziana Contu ci conduce in un territorio dove la letteratura si fa corpo e il corpo si fa trama. Una colpa in canna non è solo un titolo, ma è un manifesto programmatico col quale l’artista ha voluto comunicare che il senso di colpa che emerge dalle poesie è un’arma che le autrici, e le donne in genere, utilizzano come un’arma al contempo di difesa e di offesa nei confronti di loro stesse. Una colpa in canna è anche una dichiarazione di resistenza, le immagini di tante voci pronte a esplodere, attraverso la disciplina lenta del ricamo e la precisione geometrica dell’intreccio realizzate dalle mani pensanti e sapienti di Tiziana Contu.
La mostra si articola attraverso un dialogo speculare tra ventotto opere, un percorso in cui quattordici poetesse – Cristina Campo, Patrizia Cavalli, Marina Cvetaeva, Emily Dickinson, Armanda Guiducci, Vivian Lamarque, Alda Merini, Sylvia Plath, Antonia Pozzi, Saffo, Anne Sexton, Maria Luisa Spaziani, Wislawa Szymborska, Patrizia Valduga – vengono lette e riscritte attraverso l’ago e la carta.
Il lavoro di Tiziana Contu si sviluppa in due momenti complementari che definiscono l’identità di queste donne straordinarie: nelle prime quattordici opere, la poesia viene ricamata direttamente sulla carta. Il filo attraversa la superficie bianca, lasciando una traccia fisica del pensiero. È l’atto della memoria che si fissa, un omaggio alla voce di queste donne straordinarie, irregolari, insubordinate, indomite. Nelle altre opere, avviene una trasformazione radicale. I versi ricamati vengono ridotti in strisce, scomposti e poi faticosamente ricomposti attraverso un intreccio a trama e ordito. Da questa struttura tessile emerge, quasi per miracolo o necessità, il volto delle poetesse. In questo processo, Tiziana Contu suggerisce che l’identità di queste autrici non è separabile dalla loro produzione. Il volto di Antonia Pozzi o di Marina Cvetaeva non è disgiunto dalla loro poesia, ma è fatto di essa, è verbo che è stato carne. La trama dei loro versi diventa la pelle, l’ordito dei loro silenzi diventa lo sguardo. L’artista trasforma l’atto poetico in un oggetto tattile, mostrando come la“colpa” di essere voce libera ediscordante diventi, infine, un’architettura di bellezza e verità. Il lavoro di Tiziana Contu dimostra ancora una volta una profondità concettuale che rende la scrittura quasi un atto naturale: l’dea che l’identità di queste donne sia letteralmente tessuta dalle loro stesse parole è un’intuizione artistica di straordinaria potenza.
Caterina Ghisu
