‘Perceptions’ in mostra alla Galleria Siotto

La Galleria Siotto, spazio espositivo al pianterreno della Fondazione ‘Giuseppe Siotto‘, si apre alla fotografia.

Da giovedì 26 settembre fino domenica 13 ottobre sarà possibile visitare la mostra ‘Perceptions’ di Giovanni Loy, nato a Roma ma cagliaritano d’adozione.

La mostra, che si articolerà negli ambienti della galleria ed è curata dalla critica d’arte Roberta Vanali, con cui Giovanni Loy collabora da tempo, è incentrata sulla fotografia come presentazione e rappresentazione di un’immagine che si apre alla vista come qualcosa che non si lascia cogliere, un’insieme di immagini che aprono varchi all’immaginazione poiché la visione si divide, si lacera nel suo stesso interno tra vedere e guardare.

L’inaugurazione si terrà giovedì 26 settembre a partire dalle 18.

Le aperture saranno dal giovedì alla domenica dalle 18 alle 20 e ancora in occasione di tutti gli eventi ordinari della Fondazione quali concerti, conferenze e presentazioni di libri.

Per info e aperture straordinarie è possibile scrivere alla mail galleriasiotto@gmail.com oppure telefonare alla segreteria della Fondazione al numero 070682384.

L’ingresso alla mostra è libero e gratuito.

L’evento è realizzato grazie al contributo della Direzione Generale degli Istituti Culturali del MiBACT, dell’Assessorato alla Cultura della Regione Autonoma della Sardegna e del Servizio Cultura del Comune di Cagliari.

—–

Presentazione (di Roberta Vanali).

“Se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe all’uomo così
com’è: infinita.” (William Blake)

Nonostante possa apparire il contrario, è abissale la distinzione tra guardare e vedere.
Guardare significa volgere lo sguardo verso qualcosa per ricevere passivamente uno
stimolo visivo mentre vedere implica la volontà di scrutare la realtà che ci circonda. Di
percepirla attraverso la vista. Sostanzialmente la differenza sta nell’acquisire coscienza
della realtà per mezzo dei sensi e dell’intuito. Ma il nostro occhio non registra
fedelmente ciò che ha davanti dal momento che compie una scansione delle immagini
che risulta differente per ogni individuo. Il nostro cervello riesce ad individuare le
peculiarità di un’immagine che diventa relativa, così il come colore, la dimensione e la
forma. Non a caso Gropius sottolinea: Chi compone deve imparare a vedere, deve
conoscere gli effetti delle illusioni ottiche, le influenze psicologiche dell’ombra, dei colori,
delle tessiture edilizie; deve conoscere gli effetti di contrasto, di direzione, di tensione e
di riposo.

Cultura, interessi, inclinazioni e ambiente ci conducono ad una percezione della realtà
individuale poiché frutto dell’elaborazione mentale attraverso i processi cognitivi, ossia
gli stimoli provenienti dai vari organi sensoriali. Un insieme di relazioni dove ogni cosa
assume un significato in base alle altre, poiché tendiamo a individuare ogni cosa per
comparazione e/o contrapposizione. Un esempio significativo, che offre due distinte
interpretazioni, potrebbe essere quello del celebre vaso di Rubin, una serie di figure
bidimensionali, elaborate dal filosofo, dove si possono distinguere due profili neri su
sfondo bianco, oppure un calice bianco su sfondo nero. Quando due campi hanno un
confine comune e uno è visto come figura e l’altro come sfondo, la percezione
immediata che si ha, è caratterizzata da un effetto “ritaglio” che fa emergere una forma
dal bordo comune ai due campi (sfondo e figura) e che agisce solo su uno dei campi
oppure con più forza su un campo rispetto all’altro, a detta del teorico. Senza
dimenticare le illusioni ottiche del fantastico mondo di Escher, che presuppone
paradossi percettivi. Tutto ciò per giungere alla conclusione che quello che vediamo
non è esattamente come appare e la percezione spesso è alterata da una visione
superficiale. Pertanto mettendo a fuoco un’immagine ciò che io vedo sarà certamente
diverso da ciò che vede un altro individuo.

Muovendo da queste premesse Giovanni Loy elabora immagini che aprono varchi
all’immaginazione poiché la visione si divide, si lacera nel suo stesso interno tra vedere e
guardare, precisa l’artista e prosegue: intendo la fotografia come presentazione e
rappresentazione di un’immagine che si apre alla vista come qualcosa che non si lascia
cogliere e quel qualcosa è come l’oblio, cioè l’immagine è nello stesso tempo
rappresentazione di ciò che ricordiamo e presentazione di ciò che abbiamo dimenticato.
Perciò essa si presenta nella sua opacità come verità da disvelare e che mai sarà
disvelata pur catturando il nostro sguardo. La strutturazione dell’opera, per l’artista, non
può prescindere da alcune regole che governano la percezione visiva e che trovano il
loro riscontro nelle teorie gestaltiche. Ovvero, attraverso la manipolazione di stoffe
cangianti, piegate, arrotolate su se stesse, goffrate e stropicciate che si accostano e/o si
sovrappongono per lucentezza e/o opacità, coadiuvata da fonti luminose direzionate al
fine di ottenere contrasti netti o morbide sfumature, Giovanni Loy indica una direzione mai univoca. Suggerisce delle forme producendo stimoli visivi che, a seconda
dell’organizzazione per vicinanza, somiglianza, contrasto o sfondo subiscono una
trasformazione che giunge al nostro occhio in maniera individuale, per una
rappresentazione illusoria del mondo. Dal momento che la percezione visiva altro non è
che una complessa interpretazione della realtà espressa dall’intelletto.
Lo spazio diventa teatro di immagini ambigue al limite dell’alienazione, talvolta
impostando per accumulazione altre sottraendo per giungere ad una sintesi formale,
altre ancora procedendo in maniera inconscia, quasi medianica. Il gioco dei significati e
l’ambivalenza formale, avvalorati da titoli che suggeriscono un orientamento ma che in
base agli stimoli e all’esperienza potrebbero ulteriormente trarre in inganno, sono i tratti
dominanti di questo progetto fotografico. Al confine tra realtà e finzione. Tra illusione e
seduzione. L’ingegno e il disegno sono l’arte magica attraverso cui si arriva ad ingannare
la vista in modo da stupire. (Gian Lorenzo Bernini)

—–

Biografia di Giovanni Loy.
Nasce a Roma nel 1971. Dopo qualche anno si trasferisce a Cagliari e nel corso degli anni intraprende gli studi artistici presso il Liceo Artistico di Cagliari Foiso Fois. Frequenta un master di formazione come Interior Designer presso l’Istituto Europeo di Design di Cagliari. In questo periodo si appassiona alla fotografia, inizialmente da autodidatta, successivamente per completare e colmare le proprie conoscenze sulla fotografia, frequenta il centro di formazione fotografica “La bottega della luce” di Cagliari.

Qui, ha avuto la possibilità di seguire dei workshop con il fotografo Angelo Ferrillo e un seminario con il fotografo Settimio Benedusi e incominciare a fare le mie prime esposizioni.

Il 17 Dicembre 2016 partecipa alla sua prima mostra collettiva presso Il Ghetto degli Ebrei a Cagliari intitolata “Oltre lo sguardo”.
Il 24 Giugno 2017 partecipa alla mostra collettiva dal titolo “Finestre sul Tempo” sempre presso il Ghetto degli Ebrei di Cagliari.
Il 15 Settembre 2017 inaugura la prima mostra personale dal titolo “Surface” curata da Roberta Vanali presso la Libreria Sulis di Cagliari. Sempre nello stesso anno pubblica il progetto fotografico “A volo d’uccello” presentato da Vittorio Sgarbi; progetto volto a recuperare la parte invisibile della materia, la sua originaria forza e la sua intrinseca e pura bellezza naturale.
Il 12 Novembre 2017 partecipa alla mostra collettiva intitolata “Il terzo suono” a cura di Roberta Vanali presso lo spazio fiera di Mogoro.
Il 18 Gennaio 2018 partecipa alla mostra collettiva dal titolo “Vertigo” a cura di Roberta Vanali presso studio fotografico CFC di Cagliari.
Il 16 Marzo 2018 partecipa alla mostra “Face to Face” un confronto tra fotografia e pittura astratta con il pittore Mariano Chelo presso la galleria M.A.P di Cagliari.